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Impresa Agricola
Vivai F.LLI ZANZI
di Carlo Zanzi & C. s.s.

L’Italia è al primo posto nel mondo nella produzione di pere. Dopo il ridimensionamento degli anni ‘70-‘80, la coltura è nuovamente in espansione grazie soprattutto alla diffusione dell’ Abate Fetel, che sta ricevendo il consenso dei consumatori di tutta Europa (ma anche di altri continenti), una varietà che sembra aver trovato nella pianura Padana il miglior ambiente di produzione.

Il favorevole andamento dei prezzi delle pere negli ultimi anni ai produttori, ha indotto a diffondere la coltura anche in zone non propriamente vocate e illuso non pochi agricoltori ed imprese agricole improvvisatisi frutticoltori di ottenere facili guadagni.

La coltura del pero è viceversa difficoltosa, con svariati problemi non risolti, spesso aggravati proprio dalle condizioni pedoclimatiche non favorevoli e dalle scarse conoscenze di tecnica colturale. Se la scelta varietale è ristretta per la standardizzazione imposta dai mercati, quella dei portinnesti, e della combinazione varietà-portinnesto con o senza intermedio, deve essere attentamente valutata sulla base di particolareggiate analisi del terreno.

La necessità assoluta di ridurre il costo della manodopera sta favorendo l’adozione di forme di allevamento e sesti d’impianto intensivi, specialmente nelle imprese agricole condotte in economia, con l’obiettivo di raccogliere quasi tutti i frutti da terra, favorendo l’espansione della pianta in senso trasversale (non più in altezza) e riducendo la taglia delle piante con portinnesti di debole vigore, come attuato nel melo 20 anni fa grazie all’ M 9. Investimenti così elevati e che si protrarranno per parecchi anni in regime di forte concorrenza non vanno impostati in un’ottica di risparmio sulla qualità del materiale vegetale di partenza: i nuovi impianti vanno eseguiti solo con piante di qualità, certificate esenti da virus e non colpite da psilla, vettore dei micoplasmi.

A tutt’oggi il pericolosissimo "colpo di fuoco", batteriosi presente in quasi tutte le aree frutticole mondiali, in Italia non ha trovato le condizioni per diffondersi benché da alcuni anni ne sia stata segnalata la presenza. E’ augurabile che la lotta preventiva fatta dagli Osservatori regionali con il controllo dei vegetali importati sia eseguita con scrupolo e tutti gli agricoltori collaborino segnalando prontamente possibili sintomi della malattia: una sua diffusione significherebbe l’obbligo di distruzione di vaste aree frutticole.

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Clima

Il pero può essere coltivato in tutti gli ambienti che hanno almeno 400 ore di freddo e temperature minime non inferiori a -25°C. La frutticoltura industriale impone però la collocazione di ogni specie frutticola nell’ambiente più vocato per avere il costo di produzione più competitivo.

La massa delle produzioni di pere trova il miglior ambiente nelle zone temperate di pianura per le varietà estivo-autunnali e nelle zone temperato-calde del meridione d’Europa per le varietà precoci.

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Terreno

Il tipo di terreno a disposizione condiziona la scelta del portinnesto. Opportune analisi sono indispensabili per conoscere: calcare attivo, pH, conducibilità, disponibilità di macro e micro elementi nonché di sostanza organica.

Per il cotogno preferire terreni ricchi di humus, profondi, freschi, con calcare attivo non superiore al 6-7 %. In ogni caso evitare terreni molto argillosi o asfittici e quelli molto sciolti. La siccità aumenta il potere clorosante del terreno.

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Scelta del portinnesto

Il portinnesto ha un effetto condizionante sullo sviluppo delle piante: regola la vigoria, lo sviluppo, l’entrata in produzione, la produttività e la qualità dei frutti. La mancanza del portinnesto (piante autoradicate o micropropagate) toglie tutte queste pregevoli prerogative dando piante molto vigorose, di eccessivo sviluppo, tardive nell’entrata in produzione (anche se le potature verdi e le piegature possono ridurre questo "gap" negativo), l’efficienza produttiva è inferiore e la qualità dei frutti, soprattutto la pezzatura, è minore.

Il frutteto moderno, competitivo, non può prescindere dal portinnesto e questo deve permettere frutteti di sviluppo contenuto e di precoce entrata in produzione. La riduzione della taglia delle piante è oggi la condizione principale per contenere i costi di produzione.

Il miglioramento genetico ha reso disponibili nuovi cloni di cotogno di ridotta vigoria, nonché selezioni di franco a debole vigore e tolleranti il calcare che potrebbero, superata la necessaria fase sperimentale, essere introdotti per la costituzione di pereti ad elevata densità come da anni si sta facendo con il melo.

Cotogno MC;
selezionato dalla stazione sperimentale di East Malling da una popolazione classificata come "Cotogni EM C". Portinnesto eretto, foglie piccole, rami sottili, sistema radicale superficiale e debole; induce sulle piante vigoria ridotta, rapida entrata in produzione, elevata produttività ed efficienza produttiva; frutti con buone caratteristiche qualitative; è sensibile alla clorosi, al freddo ed alla siccità, mentre è resistente al deperimento, all’afide lanigero ed ai nematodi. L’affinità è ottima con Decana e Conference, discreta con Abate, ma migliorabile con un intermediario, indispensabile questo per Kaiser e William.

E’ per ora il miglior portinnesto indicato per impianti intensivi ed è attualmente il cotogno più utilizzato nei nuovi impianti.

Cotogno ADAMS;
selezione clonale di cotogno d’Angers caratterizzato da portamento eretto, foglie piccole, rami medi, zigzagati, con apparato radicale medio e fascicolato; induce vigoria medio-scarsa, precoce messa a frutto, elevata produttività ed efficienza produttiva, ottima pezzatura dei frutti anche con produzioni elevate; esige terreni fertili, freschi e irrigui. Purtroppo questo interessante cotogno non è, al momento, fra i portinnesti certificati commercialmente disponibili in Italia.

Cotogno SYDO® <>;
selezione clonale di cotogno d’Angers di buone attitudini rizogene, poco sensibile ai virus e con apparato radicale medio e fascicolato; induce vigore medio-scarso, leggermente inferiore all’ MA, buona ripresa post-trapianto, elevata efficienza produttiva e produttività con frutti di buona pezzatura; ha mostrato ottima affinità con i cloni virus esenti di William e Abate Fetel. Esige terreni poco calcarei, fertili, irrigui.

Cotogno Ct.S. 212:
selezione clonale di semenzali ottenuti da incroci di cotogno MA x cotogni da frutto dall’Università di Pisa, con buone attitudini rizogene e resistenza al calcare attivo (fino all’8%); induce vigoria medio-scarsa, buona produttività, rapida entrata in produzione, buona pezzatura dei frutti; l’affinità d’innesto è buona con William, meno soddisfacente con Abate Fetel; si adatta bene a vari tipi di terreno purché non siccitosi quindi necessita di irrigazione; è poco tollerante al reimpianto.

Cotogno MA;
selezione clonale di cotogno d’Angers effettuata a East Malling caratterizzata da buona attitudine rizogena, resistenza ai nematodi, all’afide lanigero e al "deperimento"; adatto per terreni pesanti, necessita d’irrigazione; poco resistente al calcare (massimo 5%) ed è sensibile al freddo. Induce vigoria media o medio-bassa, elevata produttività ed efficienza produttiva, con buona qualità dei frutti e rapida entrata in produzione. Disaffine con William e Kaiser, necessita di intermediario (B.Hardy, Conference).

Cotogno BA 29;
selezione clonale di cotogno di Provenza con discreta attitudine rizogena, portamento eretto, foglie medie, rami forti, diritti, apparato radicale medio-forte, di buon ancoraggio, idoneo anche per terreni mediamente calcarei (massimo 7%) e siccitosi pur preferendo quelli profondi e freschi. Induce elevata vigoria, lenta entrata in produzione, ma in seguito conferisce un’elevata produttività e pezzatura dei frutti. L’affinità con William e Abate Fetel è discreta, migliorabile con l’uso di intermediari. Può avere difficoltà di ripresa post-trapianto in condizioni pedoclimatiche sfavorevoli (terreno grossolano o mal lavorato, siccità ecc..). Insufficiente affinità e condizioni pedologiche sfavorevoli possono dare impianti difformi con arrossamenti fisiologici di fine estate e piante "dormienti".

Franco comune;
i semi disponibili messi in commercio dalle poche ditte sementiere non hanno indicata l’origine; spesso provengono da frutti utilizzati dalle industrie, pertanto si hanno piante eterogenee con caratteristiche comuni quali buona affinità, vigoria elevata, ritardo di fruttificazione che, successivamente, raggiunge buona produttività ed efficienza produttiva. Anche la qualità dei frutti migliora con l’entrata in piena produzione. L’apparato radicale è profondo, fittonante, si adatta a tutti i tipi di terreno; è mediamente resistente al calcare attivo, all’asfissia radicale, all’ "Agrobacterium tumefaciens", ai nematodi e all’afide lanigero.

Selezioni del franco, tuttora in fase sperimentale, si propongono in alternativa al cotogno con l’intento di sostituirlo in quei terreni dove ne vengono accentuati i difetti di imperfetta affinità, scarsa resistenza al calcare attivo, deperimento e poca rusticità, caratteristiche positive tipiche dei "franchi".

Relativamente diffusa la selezione ottenuta a York (Germania) denominata Kirchensallér, più resistente al freddo, induce sugli alberi una buona omogeneità.

Una selezione che induce omogeneità, portamento più raccolto, assenza di spine e poco sensibile all’oidio è l’INRA Fieudiére ottenuta in Francia e solamente colà utilizzata. Entrambe queste selezioni sono sconsigliate per l’eccessivo vigore, disaffinità e sensibilità alla clorosi.

Da alcuni anni vengono proposti semi di altre speci di Pyrus: "P.Calleriana", "P.Betulaefolia", "P.Syriaca", ecc., ma la loro utilizzazione sembra limitarsi a portinnesti per i nashi.

Il franco non dovrebbe trovare posto nei nuovi impianti se non per una coltura marginale del pero o in situazioni pedologiche incompatibili con il cotogno.

Fra le numerose selezioni del franco ottenute attraverso il miglioramento genetico alcune introdotte con grande risonanza commerciale sono state ben presto abbandonate (OHF 333 Brokmal <>, OHF 51 Broklyl <>, BP 1 <>, BP 3 <>), ma altre vengono considerate promettenti:

Fox 12® - A 28 <>;
selezione di pera Volpina, ottenuta presso l’Università di Bologna, che presenta un apparato radicale di buon ancoraggio, tollerante al calcare e all’Agrobacterium, indicato anche per terreni abbastanza pesanti; induce un vigore simile al cotogno BA 29, precoce entrata in produzione e frutti di qualità.

FAROLD® 40 Daygon* <>;
clone ottenuto dall’incrocio di Old Home x Farmingdale in Oregon, tollerante al "pear decline" ed indicato per terreni non pesanti né asfittici con apporto irriguo; induce vigoria inferiore al cotogno BA 29 pertanto può essere utilizzato anche per impianti ad elevata densità.

FAROLD® 69 Daymir* <>;
di eguale origine è indicato per terreni abbastanza argillosi, non asfittici, anche calcarei; induce vigore leggermente inferiore al BA 29, ma l’entrata in produzione è un po’ più ritardata; si propone quale alternativa al cotogno BA 29.

<> portinnesti brevettati, moltiplicati dagli aventi diritto.

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Sistemi di allevamento

Negli ultimi anni si è assistito anche nel pero ad una precisa e forte tendenza verso l’intensificazione degli impianti con l’abbandono della tradizionale palmetta, tipica della bassa padana, per forme di allevamento assimilabili al fusetto (o spindle) dove, pur mantenendo il concetto di parete continua, si favorisce la messa a frutto precoce, assecondando il naturale sviluppo di piante preformate in vivaio, provviste di robusti rami anticipati a partire da 70 cm da terra da allevare a tutta cima, limitando gli interventi di potatura, in fase di allevamento, all’eliminazione dei rami che superano del 30 o del 50% il diametro del fusto a seconda del sesto d’impianto: minore è la distanza più deboli debbono essere i rami. Una corretta alimentazione ed una ben dosata irrigazione sono indispensabili per raggiungere precocemente il giusto equilibrio favorendo la differenziazione a fiore ed una precoce fruttificazione, i presupposti per contenere lo sviluppo vegetativo e con esso i costi di produzione.

Tecniche colturali sofisticate adottate nei nuovi impianti intensivi prevedono l’uso di regolatori di crescita ad azione brachizzante ( CCC, NAA, ecc..) per il contenimento del vigore.

Questa tipologia si sta rapidamente diffondendo nelle medie e grandi imprese frutticole del ferrarese dove coesistono, in combinazione ottimale, fattori necessari a fornire produzioni elevate e costanti, tali da compensare gli elevati investimenti economici iniziali. Questi fattori sono: terreni idonei ai cotogni di debole vigore, tecnica agronomica razionale, materiale vivaistico idoneo e qualificato, capacità tecniche elevate, disponibilità di capitali da investire, adeguata organizzazione commerciale.

Volendo tralasciare le forme in volume, tipiche di una frutticoltura superata dalle attuali esigenze socio-economiche (forma a piramide, a fuso, a vaso, ecc..) anche se una certa pericoltura marginale insiste (o è costretta ad insistere) nell’utilizzare il franco da seme o piante autoradicate (che è la stessa cosa) di vigore "anti-economico" formate a piramidi più o meno schiacciate, accenniamo alle forme di allevamento più in uso e a quelle che potranno rappresentare la futura pericoltura.

Palmetta libera;
è indicata per impianti poco intensivi e per aziende medio-piccole dove la disponibilità di manodopera è più elevata. La parete continua alta e stretta con branche disposte più o meno regolarmente, soddisfa le esigenze di meccanizzazione delle operazioni di potatura e raccolta con carri a piattaforma laterale. Le operazioni di formazione sono abbastanza note: si può partire da buoni astoni con rami anticipati lasciati crescere a tutta cima, oppure con taglio dell’astone se questo non è rivestito (piante meno costose) o non è possibile irrigare prima della ripresa della vegetazione.

Fusetto;
questa forma risponde meglio della palmetta alla forma naturale di sviluppo del pero; è indicata per impianti mediamente intensivi: 3,20-3,70 m x 0,80-1,20 m pari a 2250-3900 piante/ha. Perché le piante siano ben equilibrate occorrono astoni ben rivestiti con rami anticipati da lasciare interi; se si è costretti al taglio dell’astone si dovranno poi affrontare costose operazioni di piegatura e curvatura di rami comunque sempre troppo vigorosi, con diametro simile all’asse centrale, che tarderanno a differenziare gemme a fiore e saranno sempre di gestione difficile e poco produttivi. Se ben eseguito, il fusetto permette di ottenere una parete produttiva continua, con altezza ridotta rispetto alla palmetta, una più facile gestione da terra dell’impianto con riduzione dei costi, più rapida entrata in produzione, maggiore produttività e più alta qualità dei frutti dovuta alla migliore esposizione alla luce.

Forma a V (o tatura trellis);
questa forma permette di eseguire impianti intensivi (3-5.000 piante/ha). Si tratta di due pareti continue inclinate ognuna di 15-20° rispetto alla verticale e ottenute con piante allevate a fusetto, a distanza ridotta rispetto a questo del 40% circa lungo la fila, o su due file distanti 20-30 cm; pertanto la distanza fra i "fusetti" di ogni parete risulta leggermente superiore così come superiore è la distanza fra le file: 3,70-4,50 x 0,50-0,70 m pari a 3.200-5.400 piante/ha. A parità di numero di piante per ettaro, la forma a V ha il vantaggio di una maggiore illuminazione delle piante, ma il costo delle strutture di sostegno è superiore al fusetto. Molto spesso questo sistema viene adottato quando si è vincolati da una distanza elevata fra le file: reimpianti in presenza di palificazioni inamovibili con sistemi antigrandine, sesti fissi, ecc.

Forma a Y;
altra forma di allevamento a doppia parete inclinate per ogni fila ma ottenute da una sola pianta, indicata per impianti intensivi (3-5.000 piante/ha). A differenza di tutte le forme di allevamento descritte precedentemente, questa si ottiene da astoni che vanno tagliati a 50-60 cm da terra scegliendo poi due germogli contrapposti di vigore simile che si lasceranno crescere a tutta cima, inclinandoli con l’ausilio di tiranti (canne o altro) fissate alla base della pianta e a due fili paralleli a 2 m da terra, distanti fra loro di 1-1,5 m. Sulle branche si lasceranno crescere molti rami anticipati o secondari sopprimendo quelli troppo vigorosi (con diametro superiore al 30-40% del diametro della branca principale) e quelli verticali in posizione dorsale all’interno dell’ Y. L’inclinazione delle pareti varia in funzione della varietà, del portinnesto nonché della distanza fra le file e dei mezzi meccanici. Il costo della struttura è più alto che nel cordone verticale e nel fusetto; questa forma ha però un più alto indice di copertura del suolo, una maggiore intercettazione della luce e permette di contenere più facilmente lo sviluppo distribuendo, in pratica, il vigore della pianta su due fusti anziché uno solo come in altre.

Doppio Y;
simile al precedente come risultato finale, due pareti produttive inclinate, ma ottenute con 4 branche da una sola pianta: due su una parete e due sull’altra. Adottata con successo da alcune aziende ferraresi, è laboriosa e di non facile attuazione, richiedendo nella fase di allevamento notevole pratica e conoscenze tecniche. Ai maggiori costi per la struttura e la potatura di formazione si contrappone una minor spesa per le piante che sono esattamente la metà della forma ad Y semplice.

Cordone verticale;
si tratta di un’applicazione dei principi di potatura usati nel melo con la forma di allevamento denominata "Superspindle"; in pratica si ha un asse centrale sul quale sono inserite numerose branchette poco vigorose e rinnovabili. L’impianto si ottiene con astoni, provvisti di rami anticipati non troppo sviluppati, che si piantano senza spuntarli a distanza ravvicinata, 50-80 cm lungo il filare, con parte dell’apparato radicale sopra il piano di campagna rincalzato con terra mista a sostanza organica e un sistema di fertirrigazione fisso. Il controllo dello sviluppo si ottiene sopprimendo in verde o in bruno i germogli vigorosi che superano il 50% del diametro del fusto, con il controllo dell’acqua di irrigazione e della concimazione nonché con l’ausilio anche di prodotti brachizzanti. La rapidissima entrata in produzione e la competizione radicale favoriscono il contenimento dello sviluppo della parete continua produttiva che non deve superare i 2,30-2,50 m in altezza. Questa forma molto intensiva, 4-7.000 piante/ha, richiede l’uso di portinnesti deboli quali i cotogni C, Adams, Sydo® <> e BA 29.

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Distanze di impianto

I nuovi pereti specializzati sono sempre più intensivi con dimensioni ridotte per meglio contenere i costi di gestione. La densità di impianto va stabilita tenendo conto di diversi fattori:

• la fertilità del suolo, sia naturale che dovuta a concimazioni;

• la tecnica colturale adottata: tipo di irrigazione, inerbimento, ecc..;

• la forma di allevamento;

• la vigoria intrinseca della combinazione varietà e portinnesto.

In una situazione di buona fertilità del suolo, con irrigazione fissa, inerbimento dell’interfilare e corretta concimazione, le distanze fra le varie combinazioni varietà/portinnesto per forme di allevamento intensivo possono seguire le tabelle riportate sul ns. catalogo.

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Impollinazione

In generale tutte le varietà di pero coltivate si avvantaggiano dell’impollinazione incrociata, pertanto l’impianto deve prevedere o l’alternarsi di blocchi costituiti da non più di 6-8 file alternati fra varietà compatibili o la distribuzione di una pianta impollinatrice ogni 10-15 lungo la fila.

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Potatura di produzione

Le più importanti varietà di pero coltivate hanno comportamenti abbastanza diversi e pertanto, specie nelle tradizionali forme di allevamento poco intensive, la potatura di produzione va ben differenziata.

William:
richiede un rinnovo della chioma fruttificante del 35-40% mediante asportazione del legno vecchio; fruttifica anche sulla gemma terminale dei rami e dei brindilli, pertanto con la potatura di produzione questi vanno solo diradati e mai accorciati.

Conference:
richiede un rinnovo delle lamburde del 30-35% ottenuto con l’eliminazione del legno vecchio di 3-4 anni; i frutti migliori si ottengono sui rami di 2 anni che vanno tagliati piuttosto corti per evitare carichi eccessivi e ridurre il diradamento dei frutti, operazione spesso necessaria per ottenere pezzature commerciabili. Freddi tardivi e l’uso di prodotti "alleganti" possono provocare la produzione di frutti partenocarpici, spesso di forma irregolare e allungata.

Abate Fetel:
richiede un rinnovo dei rami fruttificanti del 40-45%; le giovani branche molto ricche di gemme a fiore vanno raccorciate ad 1/3 o anche meno; si devono asportare una parte delle lamburde e anche intere "zampe di gallina"; la potatura eseguita all’inizio della fioritura favorisce l’allegagione.

Kaiser:
anche questa richiede potatura lunga con solo diradamento dei rami in sovrannumero ed un rinnovo del 45-50% della chioma fruttificante mediante l’eliminazione di quella in esaurimento; produce bene anche sul legno vecchio.

Decana del Comizio:
richiede raccorciamento medio delle branchette che sono in genere ben dotate di gemme a fiore, ma di incostante allegagione, migliorabile con la tardiva potatura; generalmente il rinnovo della chioma produttiva deve interessare il 35-40% ottenibile con l’asportazione del legno più vecchio.

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Raccolta

Per ottimizzare la conservabilità e la qualità delle pere occorre individuare la giusta epoca di raccolta attraverso appositi indici riportati in tabella.

La raccolta troppo anticipata, abbinata ad una conservazione troppo prolungata, provoca un blocco della maturazione con mancato intenerimento della polpa, scarsa succosità e poco aroma; una raccolta più tardiva migliora le qualità organolettiche dei frutti con residuo rifrattometrico maggiore, succosità, buon aroma permettendo anche una produzione più elevata.

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Concimazione

Le esigenze nutrizionali del pero dipendono essenzialmente dal terreno, dalla produttività, dal portinnesto e dalla tecnica colturale. In generale si può affermare che mediamente necessita di minori quantitativi dei macroelementi ( N, P e K ), ma maggiori quantità di sostanza organica, di calcio (Ca) e disponibilità di ferro (Fe) rispetto agli altri fruttiferi.

L’azoto deve essere somministrato in autunno, dopo la raccolta, per metà almeno della quantità totale, al fine di favorirne l’accumulo fra le sostanze di riserva, le sole che la pianta utilizza fino all’allegagione, e la rimanente parte a partire da 3 settimane dopo la fioritura frazionandola in 2-3 volte se il terreno è sciolto; il totale di azoto da apportare si aggira fra i 50 ed i 100 Kg/ha per anno.

Le concimazioni fosfatiche e potassiche vanno eseguite in autunno al terreno in ragione di 20-30 Kg/ha di P2O5 e 70-120 di K2O ogni anno in presenza di terreni sciolti, ogni 2 o 3 anni con terreno compatto.

La concimazione fogliare con macro e micro-elementi aumenta la quantità e migliora la qualità dei frutti; è indispensabile per evitare o ridurre la clorosi nelle varietà più sensibili con la somministrazione di chelati di ferro (da integrarsi con infiltrazioni nel terreno); con apporti di calcio dal germogliamento a dopo la raccolta si favorisce la formazione di gemme a fiore e si migliora la consistenza e la conservazione dei frutti.

Altri microelementi indispensabili sono il manganese, il boro, lo zolfo, lo zinco, il rame per i quali esiste una diversa sensibilità fra le varietà.

Una o due analisi fogliari all’anno sono indispensabili per conoscere le eventuali carenze e per determinare gli elementi da apportare con la fertirrigazione, con soluzioni all’apparato radicale mediante appositi assolcatori e con la concimazione fogliare.

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Irrigazione

La quantità di acqua da apportare al pereto va valutata in ragione dell’andamento climatico, delle caratteristiche del terreno e delle esigenze effettive del frutteto. Nei nuovi impianti intensivi e con cotogni di debole vigore, i turni irrigui debbono essere molto ravvicinati, anche 3 volte per settimana, specie nel momento più critico dell’accrescimento dei frutti.

Appositi strumenti collocati in prossimità dell’apparato radicale a diverse profondità, indicano la situazione idrica del terreno e la conseguente necessità di irrigare.

Fra i sistemi di irrigazione nel pero sono preferibili quelli localizzati a goccia o a spruzzo con i quali è possibile anche concimare; i sistemi soprachioma, fissi o mobili, possono essere ancora adottati dove non sussistono problemi di alternaria (maculatura bruna) e nei pereti con portinnesti di forte vigore che hanno in genere una maggiore resistenza alla siccità.

Una corretta gestione dell’irrigazione permette il rallentamento dello sviluppo dei germogli senza compromettere l’accrescimento dei frutti; questa tecnica del "deficit idrico controllato" è applicata negli impianti intensivi dove l’apparato radicale è superficiale, per la piantagione eseguita in parte sopra il livello del terreno e perché i cotogni deboli non approfondiscono le radici. Questa tecnica è particolarmente efficace 40-50 giorni dopo la fioritura quando la competizione fra frutti e germogli è particolarmente forte.

Indicazioni circa le quantità di acqua ed i turni di irrigazione possono essere rilevati da queste tabelle di carattere generale.

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Gestione del suolo

L’inerbimento dell’interfilare con semina di essenze a taglia bassa è pratica ormai consolidata in quasi tutte le aree di coltivazione del pero stante i numerosi vantaggi che comporta: migliore porosità e permeabilità, facilità di passaggio dei mezzi meccanici, incremento di sostanza organica e dell’attività biologica del suolo, ecc.. La sua applicazione è possibile con l’impiego congiunto dell’irrigazione; d’altra parte non si può pensare ad una frutticoltura competitiva senza l’ausilio della possibilità di irrigare anche nelle zone più piovose, se si vuole garantire produttività e qualità dei frutti.

Lo sfalcio del cotico erboso contribuisce ad apportare elevati quantitativi di azoto e di potassio dei quali occorre tenere conto nel dosare i concimi da apportare.

La striscia sotto il filare può essere diserbata chimicamente con prodotti a rapido decadimento (disseccanti, Glifosate, Glufosinate-ammonio, ecc..) oppure pacciamata con materiali organici di risulta. La lavorazione è sconsigliabile in particolare con i cotogni di debole vigore a causa dei danni che si provocano all’apparato radicale.

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Difesa fitosanitaria

Negli ultimi anni si è assistito ad un avvicinamento tecnico-economico fra i fautori della difesa integrata e quelli della tradizionale; moltissimi frutticoltori sono stati sensibilizzati dai vari progetti regionali di difesa integrata ed applicano le tecniche oramai consolidate da anni di esperienze ed applicazione di questi principi ottenendone anche notevoli vantaggi economici.

Ai fini preventivi è molto importante lo stato sanitario delle piante che debbono essere riprodotte con materiale certificato esente da virosi e accuratamente trattato contro la Psilla che è vettore di micoplasmi in gran parte responsabili del "Deperimento" o "Moria del pero" (Pear Decline MLO).

Diamo un cenno sui principali parassiti che colpiscono il pero in particolare ed un calendario di difesa generico.

Fra le crittogame solamente due malattie sono pericolose:

Ticchiolatura: gli attacchi sono favoriti da andamento stagionale piovoso, umido, con frequenti sbalzi di temperatura. La sensibilità alla malattia è diversa fra le varietà: Conference è poco suscettibile mentre William, Kaiser, Guyot e S.Maria sono fra le più colpite. Nelle zone dove la malattia è sempre presente in forma grave la lotta preventiva inizia con due-tre trattamenti prefiorali e successivi trattamenti a turni fissi di 7-8 giorni, successivamente più distanziati in relazione all’andamento stagionale. Nelle zone dove la ticchiolatura si presenta in modo meno virulento è preferibile seguire un sistema di lotta curativa intervenendo solo dopo una pioggia considerata infettiva. Occorre poi fare attenzione agli attacchi tardivi intervenendo quando i frutti sono accresciuti rispettando i tempi di carenza per l’approssimarsi della raccolta.

Maculatura bruna: questa malattia attacca in particolare le varietà Abate Fetel e Conference, ma può essere dannosa anche su Passacrassana, Decana del Comizio e Kaiser. Si ritrova di frequente e con danni molto gravi nei frutteti localizzati in zone umide, su piante deboli, innestate su cotogno, in terreni pesanti e argillosi, tendenzialmente asfittici. Anche le irrigazioni soprachioma favoriscono lo sviluppo della malattia pertanto è opportuno, oltre alla lotta chimica, attuare tutti gli interventi agronomici e colturali che possono migliorare lo stato vegetativo delle piante.

La difesa chimica viene attuata con molti degli anticrittogamici di copertura usati per la ticchiolatura (Pomarsol 50 WG e Pomarsol Z WG) ed il rame usato a basse dosi. La lotta specifica contro la maculatura va effettuata solo nei pereti colpiti in modo grave negli anni precedenti, con ripetuti trattamenti ogni 6-8 giorni da dopo la fioritura fino alla raccolta, con ziram o thiram associandoli a procimidone o diclofluamide in caso di ripetute o frequenti irrigazioni soprachioma; i Pomarsol vanno sospesi 40 giorni prima della raccolta. Gli ultimi trattamenti si effettuano con Euparen.

La strategia di difesa contro gli insetti segue ormai ovunque i criteri suggeriti dai disciplinari regionali di lotta integrata basati sulla valorizzazione delle resistenze biotiche esistenti e sulla limitazione dell’uso di prodotti di sintesi nocivi agli insetti predatori (antocoridi, fitoseidi) che controllano la diffusione della psilla e degli acari.

Fra gli insetti più dannosi ricordiamo:

Psilla: arreca gravi danni imbrattando la vegetazione e soprattutto i frutti con una tipica melata scura che li rende incommerciabili; è ritenuta la maggior responsabile, quale vettore di micoplasmi (MLO), del "Deperimento o Moria del pero"; pertanto la lotta deve iniziare fin dal primo anno d’impianto, anche se non ci sono frutti, per ridurre il pericolo di trasmissione dei micoplasmi, così come è indispensabile evitare attacchi anche in vivaio.

La lotta contro la psilla ha subito un radicale cambiamento e punta ora sul naturale controllo biologico operato in particolare da un insetto predatore, l’"Anthocoris nemoralis", evitando gli insetticidi dannosi verso questo antagonista.

La sostituzione dei fosforganici a largo spettro d’azione con il "Bacillus thuringiensis" var. Kurstaki e l’eliminazione dell’uso di olii gialli (DNOC) alla ripresa vegetativa favoriscono un precoce insediamento degli antocoridi.

La lotta si esegue intervenendo alla comparsa della melata della prima generazione con un lavaggio, eseguito con sostanze detergenti, nelle primissime ore del mattino da ripetersi, eventualmente, dopo 5-6 giorni se continua la schiusura delle uova e la comparsa delle goccioline di melata. Qualora i lavaggi non si dimostrassero sufficienti si può impiegare "Amitraz" nel momento che le uova sono gialle, trattando nel pomeriggio, dopo un lavaggio detergente eseguito il giorno prima, così da colpire anche le giovani neanidi. L’"Amitraz" è insetticida dannoso per gli antocoridi pertanto vi si deve ricorrere solo in caso di necessità per evitare attacchi tardivi in prossimità della raccolta.

Cocciniglia di S. Josè: dove si praticano le strategie di lotta integrata e biologica, si ricorre annualmente al trattamento di fine inverno con Oliocin per evitare l’impiego, durante l’estate, di insetticidi poco selettivi nei confronti degli insetti ausiliari selvatici. Si può evitare il trattamento, o farlo ad anni alterni, se non si riscontra la presenza dell’insetto. In alternativa al Polisolfuro si possono usare Oliocin o "Buproferine".

Tortricidi ricamatori: i danni vengono causati dalle larve che fin dalla ripresa primaverile attaccano gemme, mazzetti fiorali, foglie, getti e successivamente anche i frutti sui quali causano le tipiche erosioni (ricamature). La difesa è impostata sull’impiego del "Bacillus thuringiensis" var. Kurstaki (Dipel) e sull’uso delle trappole sessuali, trattando contro la prima generazione dopo 15-18 giorni dal superamento della soglia di cattura, ripetendo ancora una o due volte, a distanza di 7 giorni, se continua la presenza di larve. Contro le successive generazioni ci si basa sulla quantità di getti colpiti da larve intervenendo se superano il 5% del totale.

Tentredine: i danni sono causati dalle larve che penetrano nei frutticini appena formati distruggendone i semi. La lotta si attua intervenendo con Metasystox R normalmente in post-fioritura, a volte in pre-fioritura su Abate e Decana, quando si raggiunge la soglia di intervento.

Carpocapsa: i danni sono provocati dalle larve che penetrano nel frutto per cibarsi dei semi. Stante la irregolarità degli attacchi è necessario un adeguato uso di trappole a feromoni per programmare gli interventi; la lotta contro le uova si effettua al superamento della soglia di due adulti catturati per trappola per settimana, trattando dopo 5-6 giorni con Alsystin SC e con "Carbaryl" come ultimo trattamento in prossimità della raccolta. Contro le larve è consentito l’uso di Gusathion SC evitando trattamenti ravvicinati.

Ragnetto rosso: questo acaro provoca sul pero due tipi di danni: blocca la vegetazione sottraendo materiale citoplasmatico dalle foglie e provoca il "brusone", alterazione che si manifesta, in particolare su alcune varietà (William, Conference, Kaiser) all’inizio dell’estate quando la temperatura supera i 27-28°C e si ha una anche minima presenza di ragnetti sulle foglie. La lotta pertanto prevede sulle varietà sensibili al brusone un preventivo trattamento acaricida non appena la temperatura si avvicina ai 30°C ed il mantenimento di una "soglia di intervento" bassa, 50-60% di foglie con presenza di forme mobili, valida per tutte le varietà. Evitare di trattare durante le ore calde della giornata.

Eriofide: sono due tipi che colpiscono il pero provocando, nelle varietà a buccia chiara (Guyot, William, Decana, ecc.), rugginosità attorno alla fossa calicina del frutto, per l’E. rugginoso, mentre l’E. vescicoloso, provoca dei rigonfiamenti spugnosi di alcuni millimetri sulle foglie e, nei casi più gravi, anche nei frutticini che crescono deformati e cadono. La lotta va fatta sempre sulle varietà a buccia chiara e dove si è riscontrata la presenza l’anno precedente con due trattamenti di Euparen distanziati di 7 giorni, dopo la caduta dei petali.

Batteriosi: in Italia le malattie batteriche che colpiscono il pero sono la "Necrosi delle gemme" (Pseudomonas syringae pv. syringae) e il "Tumore batterico" (Agrobacterium tumefaciens). Una terza e più temibile batteriosi, il "Colpo di fuoco" (Erwinia amylovora), sta minacciando la frutticoltura italiana, ma finora le normative fitosanitarie attuate ne hanno evitato la diffusione.

Il Tumore batterico, patogeno che si riscontra in tutti i terreni, penetra nelle radici attraverso tagli e ferite; in genere non crea problemi se localizzato solo nelle radici periferiche mentre può impedire il passaggio della linfa e causare un deperimento della pianta se la massa tumorale è presente al colletto o alla base dell’apparato radicale dove si dipartono le radici. La presenza di formazioni iperplastiche al punto di innesto indotte dai mastici usati per l’innesto sono di natura non infettiva ed in genere lo sviluppo ed il vigore delle piante non ne risentono. La lotta contro i tumori è solo preventiva e consiste nell’evitare l’utilizzo di piante infette, nell’immersione delle radici in soluzioni rameiche concentrate (ossicloruro al 2% o bordolese al 4%) e nell’evitare ferite all’apparato radicale o al colletto delle piante.

Lo "Pseudomonas" provoca il disseccamento delle gemme alla ripresa primaverile, morte di giovani rami, avvizzimento dei mazzetti, piccoli cancri corticali sui rami, maculature sulle foglie e sui frutti sintomi, questi, che ricordano quelli causati dal "Fuoco batterico" o che sono causa di disturbi fisiologici delle piante dovuti ad abbassamenti termici o a problemi nutrizionali. Gli attacchi batterici sono più frequenti con temperature primaverili di 12-18°C ed elevata umidità dovuta a piogge continue, pesanti rugiade, irrigazioni sovrachioma e vi sono state forti gelate in precedenza. La lotta ha carattere preventivo e si basa sull’uso di rame alla caduta delle foglie, dopo i tagli di potatura e all’ingrossamento delle gemme.

Malattie virali: il pero va soggetto ad alcune malattie causate da virus, virus simili e micoplasmi. Tali malattie sono diffuse essenzialmente attraverso la propagazione pertanto la difesa si basa solo sull’uso di materiale controllato e certificato dalle competenti organizzazioni fitosanitarie regionali.

Le virosi manifeste sono due: il "Giallume delle nervature" e la "Litiasi infettiva"; la prima, riscontrabile più facilmente in giugno sulle foglie formate, può ridurre la vegetazione e la produttività delle piante fino anche al 40-50%; la seconda si manifesta sui frutti con depressioni indurite, verdi anche a maturazione, che li deformano in modo grave.

Le virosi latenti sono non meno dannose; il "Mosaico anulare" si trova in forma latente nei cotogni e provoca, specie in alcune varietà, una riduzione della produttività e del vigore che si attenuano con l’aumento della temperatura; il "Deperimento da virus latenti" è dato da forme virali presenti nel materiale non certificato; questi sono responsabili di necrosi dei tessuti del legno più interno, xilema, in corrispondenza dei punti di innesto con conseguente riduzione della vegetazione, fogliame clorotico, chioma arrossata precocemente, foglie piccole e in minor numero, sintomi dovuti a incompatibilità d’innesto provocata dai virus.

Il "Deperimento" o "Moria del pero" (pear decline MLO) mostra gli stessi sintomi (precoce arrossamento, scarsa vegetazione, vigore ridotto, produzione limitata) ma è causato da micoplasmi, patogeni diversi dai virus, diffusi attraverso la psilla oltreché con la propagazione.

L’alterazione è più sensibile in alcune combinazioni di varietà e portinnesto per effetto di una linea circolare imbrunita che si forma al punto di unione dei due bionti a carico solo del tessuto sottocorticale (floema) accompagnata a volte, da maggior ingrossamento del gentile.

L’uso di un intermedio (varietà più compatibile con il cotogno) sembra attenuare i problemi dovuti alle due fisiopatie tuttavia resta raccomandabile l’utilizzo di materiale certificato ed il controllo della psilla in vivaio non meno che nei primi anni del pereto.

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